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I semi viaggiano nascosti
post pubblicato in diario, il 10 ottobre 2010


 

Io venni a vedere, fratelli,

le reti piene di squame d’argento

e gli antri di latte fumante

e i pani di fuoco bollente

e la fatica di travi sotterra.

M’accolsero

occhi di cielo e mare

e una coppa di rosso munta da poco

e il calore splendente di mani.

Oggi non più!

Vi sono tanti che fanno

domande, che vogliono vedere

risposte che temono rabbia e sgomento.

Nostra Madre

squarciata la carne sentì e i coltelli.

Per le strade il sangue correva

con gambe di rapine e di stupri,

e da giovani braccia grondava

tradotte in carri di bestie,

da occhi che tornano a ferire

con vuote luminarie e falso.

Come ieri come oggi

prodiga e tradita la Madre

succo d’arance solari offriva

e latte dai capezzoli biondi dell’uva

e lane e zolfo e il liquore verde dell’oliva

e il cuore d’oro della fragranza del pane

che persino un ricco adorerebbe.

Per questo tutti s’affrettarono

ma con puzzo di cani e pelo di topo

e andarono subito per granai

e violentarono le case 

e i loro denti neri azzannavano

anche il profumo della zagara

seminando escrementi,

e vomitando letame come iene

divoravano persino anelli di serpi

ed embrioni di cagne malefiche

che s’erano portate dietro

per annusare l’innocenza.

Come poterono, domandate?

Come possono di nuovo?

Vi dirò, fratelli,

ma non voglio che nasca odio

e che ancora giunga sciagura

dai macellai del diritto.

Quando da caverne e  palafitte

i predatori calarono e giacquero

con gli sciacalli acquattati

dietro ai torchi dell’olio

lordi del sangue agricolo

e dietro alle botti tuttavia allegre del vino

avvenne la spartizione anche

del sale dei caicchi e delle viscere dei parti

mentre pieno di unghiate appariva

il cielo del mattino

e per l’aria violentata mulinava lo scudiscio.

S’era compiuta la sutura

tra lo sparviere piemontese

e la natrice viperina valpadana

con i siculi grifoni e le bestie delle tane.

E un ragno enorme calava

con i suoi tentacoli

sopra l’abisso

a risucchiare i morti

mentre persino la luce si sfilacciava

e dalle strade saliva in architettura

il pianto dei fanciulli.

Così la cupola del silenzio

si spandeva per le case

e nebbia minacciosa stritolava l’anima.

E ognuno davanti ai suoi occhi

vedeva lo sgomento della terra

e i giorni sinistri che avanzavano

e cadevano da un corpo all’altro

ingoiando anche le parole sussurrate.

I popoli sentono tuttavia

quando la quiete il vento sconquassa

e dalla terra sgranano inaspettati

uomini veri chissà come.

Invisibili per tempo e tempo

s’accendono come miti

e incuranti delle bestie vanno

nel sole che piove luce e fuoco

e per i cuori partecipi del loro splendore.

Molti, confusi dalla primavera che tarda,

fuggono la terra

o indossano lo scialle nero delle prefiche.

No, fratelli, i nomi di quelli no!

Siamo noi sparvieri? grifoni? viperini?

Vogliamo lasciare nuda la Madre

e serrate le labbra del tradimento?

Avete già scordato Rocco, Cesare,

Giovanni e Rosario e Paolo,

e Pippo e Mauro e Walter?

E Carlo, il generale

che morì anche per amore?

E Massimo e Marco

che il diritto del lavoro uccise?

E Giacomo e Piersanti finiti per politica?

E gli altri umili servitori

che non si tirarono indietro,

nemmeno davanti all’assenza

che ha sempre le braccia spalancate?

Bocche riempite di terra e di solitudine

cui li abbiamo abbandonati.

Le mani nere dei secoli

hanno stretto le loro gole

ma non oscurano la memoria

e le loro parole.

Per esse nascono e crescono i sogni

e il risorgere astuto

e l’irriducibile brace della giustizia

sotto la cenere delle menzogne

e il bere ogni giorno

al calice della verità

come mezzo di battaglia

e di libertà strumento e di vittoria.

Ma assonnati e apatici

ci vorrebbero i furbi poteromani

tra pareti d’immondizia televisiva

come in un reticolato di ferro arrugginito

più aguzzo dei cocci di bottiglia

sopra sempre lo stesso scalcinato muro

che convinse a chiuderci dentro o evadere

a cavallo dei quattro venti della fuga.

Anch’io, fratelli, non capivo perché

mi dicevano di non chiedere la parola

di non cercare nel movimento la cucitura

che salda la madreperla del mare

alla rabbia che monta

come la spuma del vino

quando la rivolta raccoglie

gli stracci della giustizia e della libertà

e bandiere fa

del sogno straziato della Madre.

Fino a quando una sera di nascosto

venne a cercarmi il dubbio

Mai vi toccò il pensiero che l’ape deflora

e fatica crudele per il suo miele?

E  che la rondine alza la sua casa

anche per un solo giorno?

E che tutti gli animali lottano

e uccidono pure

per difendere la libertà che sentono

e non sanno cosa sia?

E mai avete pensato cosa le nostre mani

dischiudono nelle notti

dove si accoglie il viandante

senza chiedere il nome?

Considerate i fuggitivi che vengono

alle terre più a sud del nostro Sud.

 Cosa guardano

appoggiati ai parapetti della speranza?

Sognano altra vita, vedono

catene infrante, fiutano

l’odore sempre duro della libertà

oltre il sale che penetra nelle ossa

e con i volti della fame

accusano la giustizia negata.

L’ignoto l’ingoia, l’ignoto li vomita.

Fuggitivi senza voce, senza nome,

braccati da cani

che ad ogni legge arrotano i denti

nelle sale di velluto rosso

dove s’ammutolisce persino Dio.

Abbiamo dimenticato i nostri occhi infantili

che miravano la grande statua

che si erge oltre la nebbia in America

come un’anguria nel deserto?

Anche noi l’ignoto ingoiò d’un sorso,

e ci vide morire e sopravvivere

figli dell’oceanica terra

con nome e con parola.

Avrebbe dovuto difendere

l’armatura del diritto la terra sfortunata

che vide sparpagliarsi per le strade

ratti neri che arrivavano, come oggi, a rodere

persino i pilastri di ferro

della carta del popolo

avvinghiando viperini le colonne dello Stato.

Come, fratelli?

Chi andò

per le nostre contrade di storia e sole

organizzando odio con i sorrisi?

Chi ci abituò ogni giorno

a tracannare il calice dell’ira ?

Chi di fantasie vuote e paurose

nutre le menti con oscura dose venefica

trasformando i sogni in strumenti d’angoscia?

Alimentarono mai i fiori della morte

quelli che, quando aurora fa ridere il giorno,

avevano già le mani nella farina

per impastare il pane del popolo

perché chi nasceva non vedesse

calpestata la vigna e il calore del grano?

Ogni cosa era intrecciata di speranze

possibili e nuove come gli innesti,

e la neve copriva leggera i semi

e covava la ricchezza della primavera,

e il mare gonfiava d’argento

gli occhi dei pescatori,

e il vento imbevuto di nubi

inzuppava sapiente la terra.

Fu allora che il cuore s’aprì alla mia

alla nostra giornata difficile dura

aspra a volte.

Eravamo una nave tra i marosi,

mozzi che legavano e scioglievano gomene

riparavano sartie, impeciavano paratie,

e guardavano fiduciosi al ponte di comando

gli ufficiali che lanciavano gli occhi

oltre l’orizzonte dove mettere la prua

per la navigazione sicura.

Era lì ritto monolite Alcide

e con lui Luigi e don Giuseppe da Genova

e pure Palmiro e poi Giorgio da Pozzallo

e Ugo da Palermo e Sandro ed Enrico

e Aldo da Maglie, il martire,

e altri splendori che amavano la Madre!

Ritornò poi la casta con al seguito

il lerciume,

infame cancrena di anime degradate,

ormai indecente sozzura,

con occhi che mostrano il vuoto

veleno

fauna diversa  di periferia

che tutto per denaro addenta

persino i filari neri dei morti

in attesa di sepoltura;

e anime contratte condannate al silenzio

fuggivano e andavano, senza guida,

di casa in casa a mendicare qualche parola

e di tradimento in tradimento

arrivarono ad innalzare sfolgorante

la menzogna canterina quale fragore

di cascata sopra un’ora quieta.

Non ricordo un inverno cosi freddo

anche al Sud

nella Sicilia dei miei amori.

La pioggia cade e cade

incessante come una cantilena

e riempie lo stivale

e la terra sembra sprofondare

sotto il peso dell’aria

e le fabbriche fanno silenzio

sudice scalze immobili

e aumenta il numero

delle gambe sfaccendate per i viali

e la calca dei rifiuti

e le mani tese

e gli sguardi dove trascorrono  ombre strane

e un volo di farfalle nere.

Tutti i fuochi hanno spento

e nessuno più, per ignoranza,

sa usare l’acciarino, perché

nelle tenebre più facile il coltello scintilla

e il laccio silenzioso come una garrota

succhia con il gorgoglio del sangue

anche l’ultimo respiro agli occhi

e alla bocca (illusi!) la parola verde

come il calore dell’acciaio

contro la corruzione della ruggine.

Ma le lune trascorrono come le notti di ghiaccio

e l’acqua delle fonti,

e i semi sotto l’inverno viaggiano nascosti

per non morire prima di fiorire

perché prudenza dettano i serpenti

quando pure il sole si fa nero

e occorrono uomini dal cuore maturo.

 

23 febbraio 2009                       Orazio Nastasi

 

 

 

Riprendiamo le parole
post pubblicato in diario, il 13 giugno 2010


Riprendiamo oggi, amico mio, le parole

lasciate nei cassetti a perdersi tra le polveri e le carte

che non pensavamo più di dovere

e facciamone sentire suoni e senso

anche temendo per le carezze e gli sguardi

dei nostri cari e il calore della nostra terra

perché giungano a tutti quelli che temono

già per i cuori l’angoscia del tempo triste

del silenzio e della verità assassinata.

Vedi come ci apparecchiano la tavola?

Non hai udito chiari gli astuti banditori

per le strade dove al grido della fame

si unisce il vivere precario di quelli del Sud

che tornano a volere schiavi?

Abbiamo già dimenticato le nostre disgrazie

e la loro iattanza? E lo schiocco nero dei tacchi

che atterriva i giorni degli innocenti d’altra fede

e ne illuminava le notti con l’incendio dei libri?

Perché senza libri si diventa più facile carne da macello.

Sono tornati, amico mio, anche sotto altra scorza

ma con la stessa voglia, con le stesse ferree mandibole,

attaccano due passi avanti e uno indietro

perversi nella loro lentezza inesorabile

alzano la posta tanto quanto più vogliono

schierati a cerchio sorridenti, stranianti,

gli occhi di lupi sulla preda, s’accompagnano

a chi, ahimè, diversi sempre li crede.

Ma noi, amico mio, diremo parole

che squadrano da ogni lato giovanili e trasparenti

e come ulivi saraceni daremo rami nodosi a sostegno

perché non ci maledicano i nostri e i figli

di chi non si accorge di avere figli.

                                                                       01 dicembre 1993

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